La nave pirata pt.1


Nell’anno 2107, una gigantesca turbolenza si abbatté sulla città di Milano. L’esito di questa turbolenza cambiò ogni cosa: moltissime persone rimasero senza casa, mentre altre riuscirono a rimanere al caldo dei loro appartamenti. Come potete immaginare, la cosa ebbe un impatto sociale devastante. Ma per capire realmente come accadde tutto questo, dobbiamo fare un passo indietro.

L’aspetto della città, nel 2107, era molto diverso da quello degli inizi del Ventunesimo secolo. Un nuovo sindaco, dopo l’arresto del suo predecessore -causato dai procedimenti giudiziari dovuti agli abusi edilizi nella città-, aveva avuto un’idea geniale. Anche lui voleva inserirsi nel giro degli affari edilizi di Milano, così redditizio da un punto di vista economico. Ma non voleva assolutamente rischiare l’arresto. Nasceva così il progetto “Milano 2100”, che prevedeva la creazione di una città unicamente fatta di grattacieli: una città europea, all’avanguardia, piena di edifici vetrati. Nel 2050 avevano così preso avvio lavori di costruzione poderosi, come non se ne vedevano dai tempi della costruzione della cattedrale del Duomo. Furono create delle zone dove sfollare temporaneamente la popolazione, mentre le loro case venivano abbattute e ricostruite. Qualcuna provò a sollevare il dubbio che non fosse una buona idea, ma in tutta risposta le venne detto che il progetto urbanistico avrebbe previsto moltissime piste ciclabili.

Il “progetto 2100”, infatti, si poneva come un progetto di creazione di città sostenibile, in un panorama di eventi climatici sempre più estremi. Le persone sfollate e poi fatte rientrare nelle nuove case, così come le nuove abitanti della città che giunsero in quegli anni, si trovarono di fronte ad una scelta: poter vivere nei piani bassi e seminterrati oppure nei piani alti dei grattacieli. Può sembrare una scelta da poco, ma in molte sapevano che non lo era: i piani più bassi sarebbero stati soggetti molto più degli altri al rischio di alluvioni. Ma c’era un piccolo ostacolo alla possibilità di scegliere consapevolmente. Le case ai piani alti costavano moltissimo: alla fine, solo i ricchi più ricchi della città riuscirono ad occupare gli ultimi piani.

Le alluvioni proseguirono per molti anni, accanto ai lavori, e la città cominciò a dotarsi di centri sfollati su collinette sopraelevate per accogliere chi perdeva la casa periodicamente, di alluvione in alluvione. Tutte queste persone, ad emergenza finita, avevano la possibilità di rientrare nelle proprie case, dopo averle ripulite dal fango. Questa situazione creò culture materiali e sottoculture relazionali interessanti.

Per fare un esempio, le case dei piani più bassi avevano tutti i mobili saldamente attaccati al pavimento, pochissimi oggetti e nessun animale domestico che potesse rimanere intrappolato durante un’alluvione. D’altra parte, i centri sfollati si riempirono di tutti quegli oggetti che non avevano più posto nelle case e di cani che non appartenevano a nessuno, ma vivevano liberi e felici in quelle comunità fluttuanti.

I centri sfollati erano in qualche modo un luogo di libertà, di vicinanza e di affetto, e nonostante la paura dell’acqua, cominciarono ad essere vissuti come seconde case: passare qualche giorno o settimana su una delle collinette della città, lontani dagli obblighi del lavoro, era vissuto quasi come una vacanza. Nel frattempo, la città si dotò di servizi pubblici in grado di galleggiare, ispirandosi al servizio di trasporti di Venezia. Ma nessuna era pronta a ciò che accadde durante la turbolenza del 2107.

In quell’occasione, accadde qualcosa che nessuno scienziato fu in grado di spiegarsi. Le piogge proseguirono per otto mesi di seguito: qualcuno si rifugiò nella ricerca di dati scientifici per contestualizzare ciò che stava accadendo, mentre qualcun altro rilesse l’Apocalisse di Giovanni e si spiegò quella pioggia torrenziale come l’arrivo del Giudizio Universale o come una punizione divina. Improvvisamente, le fondamenta della città cedettero, sprofondando sotto il livello del mare. L’intera città fu sommersa dall’acqua, comprese le collinette degli sfollati. Anche molti cantieri del progetto “Milano 2100”, che erano ancora in corso d’opera, rimasero sommersi. In molti persero la vita o la casa, e questa volta per sempre. Si salvarono solamente alcuni appartamenti dei grattacieli più alti.

E cosa ne fu dei senza casa? Molti fuggirono, mentre altri scelsero di rimanere. La città riuscì a predisporre dei corridoi umanitari per chi aveva scelto di andarsene e un numero molto limitato di case popolari per chi aveva scelto di restare. Una parte di chi restò, però, decise che non avrebbe seguito nessuno dei progetti del sindaco. Gruppi di persone si diedero all’illegalità, occupando alcuni palazzi rimasti vuoti -per esempio, le sedi degli uffici delle banche, che furono prontamente abbandonate al terzo mese di alluvione.

Tra loro un piccolo gruppo di persone, raccogliendo legname di recupero dai rifiuti delle case sulla cima dei grattacieli, o immergendosi fino ai resti di quelle sommerse, decise di costruire una casa galleggiante. La barca assomigliava curiosamente ad un galeone pirata: qualcuna, fan della vecchia serie TV One Piece, decise di dotarla della sua bandiera, con un teschio e un cappello giallo sopra. Le avventure dei protagonisti di questa storia si svolsero su quella nave pirata.

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