Se diventare pirati non era difficile, dopotutto bastava disertare la Legge, cioè
smettere di fare finta (di lavorare, di consumare, di essere rispettabili, di piacere a
chi non ti piaceva…), tuttʼaltra storia era imparare a fare i marinai.
Il primo problema fu il mal di mare, lʼinevitabile, costante nausea che torce prima
le budella e ben presto lʼanima. Per persone vissute costantemente in una
depressione pianosa, già vederlo, il mare (o era forse un lago, visto come si era
creato?) rappresentava unʼinaspettato dramma interiore.
Ma addirittura solcarlo?
Lʼinghippo però, per quanto bilioso e puzzolente, si risolse prima del previsto.
Qualche saggia accortezza aiutò non poco: secchi ben distribuiti lungo la nave,
ricordarsi di vomitare sotto (sotto) vento dalle paratie e che, se cʼè la
possibilità, buttarsi a fare il bagno risolve immediatamente il tormento. Ma il grosso lo fece lʼadattamento del corpo. Adattamento prima lento, e impercettibile alla mente che si pensava separata dal corpo, poi netto, bramato e definitivo. Il mal di mare era sparito e il mal di terra lo aveva rimpiazzato.
Superato questo scoglio iniziale la ciurma, ora meno pallida, si ritrovò a dover
riorganizzare la vita in comune. Se nelle colline e nelle pianure gli spazi domestici
erano sì stretti, ma almeno quelli geografici erano estesi, sulla nave il tutto
collassava in un qui, che era mondo di intensi dettagli, e un là che era vasta,
acquea, vacuità.
Non vi era spazio per il superfluo, spesso neanche per il necessario. Gli effetti
personali vennere ridotti a una cassa (buona alla bisogna come feretro) e i letti
declassati ad amache (buone anchʼesse, alla bisogna, come sudari). I tavoli
vennero riportati alle origini, ovvero delle tavole da tenere sospese con corde
durante lʼutilizzo, così da ovviare al problema del rollìo, e invece da riporre in
cassapanche o ancorate al soffitto quando non servivano. Una dopo lʼaltra tutte porte vennero dotate di incastri e serrature per tenerli o aperti o chiusi, perfettamente, senza lasciare la decisione su quale dovesse essere il loro stato
alle onde. Simili accortezze venero prese per boccaporti, oblò e portelloni,
bicchieri e cucchiai, farmaci e alimenti. Tutto, durante certe tempeste pure le
persone, doveva essere fissato.
Che poi la gestione della vità non fu così semplice e lineare come leggere una
favola potrebbe suggerire.
Se su certi argomenti si trovò un consenso assai rapido e collettivo, come il
vietare lʼantica e arrogante usanza di fare pipì in piedi, su altri i dibattimenti si
protrassero a lungo. Inizialmente, infatti, vennero organizzati dei turni per svolgere i lavori di pulizia necessari, che però nessuno rispettava e molti consideravano come semplice vezzo estetico.
Alcune persone infatti, dichiaravano di non sentire la puzza e di non considerare il disordine un problema, mentre altrenon riuscivano proprio a vivere bene con le
sentine (le fogne delle navi) che tracimavano e spandevano tanfo dappertutto.
Ogni cosa aveva bisogno di essere discussa, fatta e disfatta, in unʼinterminabile
trama di chiacchiere, a volte galvanizzanti e gioiose, altre plumbee e sfiancanti.
Solo così la ciurma poteva resistere alle intemperie del viaggio, solo così poteva
mantenere viva la luce che li guidava nella notte tenendoli uniti.
Erano pur sempre dei disadattati, un poʼ scassati, rifiutati dalla società che li
aveva cresciuti e procedevano a tentoni in una catastrofe ecologica, cercando di
volta in volta gli strumenti adatti per sopravvivere. A volte li trovavano subito, altre
avevano bisogno di sbattere la testa più volte prima di giungere a una soluzione.
Durante il primo inverno, però, giunse inaspettatamente chiarificatrice e in loro in
aiuto una epidemia di scabbia che mise tutti dʼaccordo sul livello minimo di
igiene. Senza ulteriori giri di parole o metodi complicati, la ciurma si rese conto
che era necessario adottare un minimo di auto-disciplina per non perdere il
buonumore o, in maniera per nulla eroica, direttamente la pellaccia a causa di
febbri e infezioni.
La chiave di tutto questo fu semplicemente attivarsi per primi, senza che nessuno
dovesse arrivare a dirlo o imporlo agli altri, capire di volta in volta cosa ci fosse
bisogno per la ciurma e… farlo. O imparare a farlo se ancora non lo si sapeva. Già, cʼerano tantissime cose da dover imparare, un mondo nuovo stava per
nascere e non si conosceva cosa sarebbe potuto diventare. Beh, sicuramente
pulendo e facendo pipì seduti, questi erano punti fermi.
Ma cosʼaltro cʼera da apprendere?
Riuscire a far da mangiare? Su una barca? Come si stivavano tutti i cibi senza che marcissero? E visto il prezzo della benzina, chi sapeva andare a vela? Qualcuno sapeva pescare? Il fasciame dello scafo quanto ancora sarebbe durato prima di imputridire sotto lʼazione della salsedine? Non era il caso di imbragarsi prima di salire sugli alberi?